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GUINEA 160 morti in un giorno, strage dei militari |
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Scritto da Giuseppe Stranieri
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Martedì 29 Settembre 2009 20:55 |
Spari ad altezza d'uomo sulla folla inerme, donne stuprate nelle strade e nelle caserme, giovani e vecchi pestati a sangue
CONAKRY - "Un massacro premeditato". Così appare, il giorno dopo, la strage di civili disarmati compiuta dai soldati della Guinea ieri nello stadio "28 Settembre" dai soldati guineani: spari ad altezza d'uomo sulla folla inerme, donne stuprate nelle strade e nelle caserme, giovani e vecchi pestati a sangue.
L'ultimo bilancio è di 160 morti ed oltre 1253 feriti, la strage più sanguinosa compiuta in un sol giorno da 25 anni a questa parte nel Paese dell'Africa Occidentale dominato da una giunta militare. A capeggiarla, il capitano Moussa Dadis Camara, che ha preso il potere lo scorso dicembre con un golpe incruento subito dopo il decesso del vecchio presidente Lansana Conté.
Ma il conteggio viene fatto sui cadaveri ammassati negli obitori e sui feriti portati in ospedale. Varie fonti dell'opposizione denunciano che camion militari "hanno rastrellato cadaveri" facendoli sparire "in modo da impedire che vengano rivelate le dimensioni spaventose del massacro".
Nonostante i posti di blocco con auto e mezzi militari che fin dalla mattina avevano semi-paralizzato la capitale, i soldati non erano riusciti ad impedire che migliaia di oppositori scendessero nelle strade per protestare contro l'ipotizzata candidatura del capitano Camara alle elezioni presidenziali che si dovrebbero tenere in gennaio e che - secondo reiterate dichiarazioni dello stesso Camara - dovrebbero restituire il potere a un civile.
Manganellate e lancio di lacrimogeni non avevano fermato i dimostranti. Lo stadio che porta il nome del giorno in cui, il 28 settembre 1958, la Guinea votò scegliendo l'indipendenza e la fine del colonialismo, si era riempito di gente. Le gradinate e il campo da gioco erano gremiti e i leader dell'opposizione guidavano gli slogan contro la giunta militare.
"A questo punto - raccontano oggi vari testimoni - i soldati sono entrati e hanno cominciato a sparare sulla folla. Era una trappola... La manifestazione era stata vietata e quindi ci si aspettava che le autorità chiudessero lo stadio e impedissero a chiunque di entrare... Invece... è stato un massacro organizzato e premeditato". "Quando si sono sentiti i primi spari - ha detto un manifestante scampato all'eccidio - tutti hanno creduto ad un'azione intimidatoria da parte dei militari. Ma la gente ha cominciato a cadere, è stato il panico".
Secondo Mamadi Kaba, presidente di un organizzazione guineana per la difesa dei diritti umani, già nello stadio sono cominciati gli stupri. Gli uomini della guardia presidenziale, i 'Berretti rossi', "hanno usato anche manganelli e fucili ... violenze efferate ... una barbarie. E nelle caserme e nei commissariati gli stupri sulle donne arrestate continuano, decine di persone sono sparite".
Oggi Conakry è una città spettrale. "In giro non c'é nessuno - racconta un abitante al telefono - ma i soldati si sono impadroniti dei quartieri, sfondano le porte delle case e violentano le donne, saccheggiano i negozi e pestano chiunque trovino sulla loro strada". Tre giovani sono stati ammazzati così oggi, nella periferia della città.
Le violenze dei militari dunque continuano, anche se Sydia Touré, Francois Fall, Mouctar Diallo (i tre leader dell'opposione arrestati e picchiati ieri) sono stati rimessi in libertà. E anche se il capitano Camara a una radio francese ha detto di essere "molto, molto dispiaciuto".
A livello internazionale si moltiplicano le voci di condanna della giunta. Dopo la Francia - che ha sospeso ogni collaborazione militare con l'ex colonia - e gli Stati Uniti, oggi hanno lanciato appelli alla calma il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, l'Unione Africana, l'Unione Europea e il Senegal.
Ats
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Il Kenya stremato da fame e siccità |
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Scritto da Giuseppe Stranieri
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Giovedì 17 Settembre 2009 23:40 |
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Una tremenda siccità sta devastando il Kenya, distruggendo i raccolti, uccidendo il bestiame e la parte più debole della popolazione: anziani e bambini. Il turismo, l’economia e l’agricoltura stanno cessando di essere la speranza per il paese. Triste pensiero, considerando che questa nazione è da sempre considerata tra le più sviluppate in Africa, contando numerosi uffici delle Nazioni Unite e migliaia di persone impiegate nel campo degli aiuti umani.
I dati della FAO aggravano la situazione: un recente studio, ha rilevato che la crisi economica ha notevolmente aggravato le condizioni di vita delle persone nei paesi in via di sviluppo. Per il motivo analogo, gli aiuti umanitari provenienti dai paesi più ricchi, sono stati ridotti di circa un quarto rispetto al livello precedente. Un abitante su sei nel mondo oggi soffre la fame. Un terzo della popolazione in Kenya vive con meno di un dollaro al giorno. Il World Food Program delle Nazioni Unite ha recentemente stabilito che quattro milioni di persone, un decimo della popolazione totale del Kenya, in questo momento, ha bisogno urgente di cibo.
Le prospettive sono cupe e sfortunatamente non è previsto che la situazione migliori, al contrario, la siccità in corso è considerata tra le peggiori degli ultimi decenni. Il Nord del paese è l’area colpita più duramente. Il New York Times riporta la situazione dell’etnia dei Turkana: i bambini sono costretti a percorrere un sentiero di 30 chilometri per raggiungere qualche litro d’acqua. Alcuni uomini del villaggio, disperati abbandonano le loro famiglie, piuttosto di vivere la vergogna di non riuscire a nutrire la propria famiglia. La crisi del cibo finisce inoltre per aggravare i conflitti etnici tra le etnie confinanti, in lotta per l’accesso all’acqua e per i terreni più fertili.
Di conseguenza, le città sono assalite da un vertiginoso processo d’accrescimento demografico. La popolazione affluisce costantemente dalle zone rurali, in cerca di cibo e lavoro, contribuendo ad alzare il livello di povertà urbana. Un’inchiesta dell’organizzazione britannica Oxfam ha rilevato che a Nairobi, circa il 60 percento delle 2 milioni di persone totali, vive ora nei bassifondi. Dal 1996 al 2006, la percentuale di gente povera per mancanza di cibo è passata dal 38 al 41 percento.
A spiccare tra i coloro meno preoccupati per la critica situazione della popolazione, è ironicamente ancora una volta il governo keniano. I contrasti interni rimangono tuttora all’ordine del giorno dell’agenda dei leader governativi, che sembrano essere troppo occupati a tessere le loro trame politiche piuttosto che a dedicarsi ad agire per il bene del paese.
La corruzione è dilagante, Transparency International ha classificato il Kenya come uno dei paesi più corrotti al mondo. Il dislivello tra ricchi e poveri ha dimensioni esorbitanti. La triste storia di questo vacillante governo di fallimentare alleanza, si ripete fin dalla sua creazione, all’indomani dei sanguinosi scontri post-elettorali del 2008. Il primo ministro Raila Odinga e l’attuale presidente Kibaki non sono riusciti a nascondere i loro contrasti neppure durante la visita di Hillary Clinton del mese scorso, riflettendo al mondo intero l’immagine di un paese in piena crisi politica.
A pesare sulla situazione si aggiunge la notizia del coinvolgimento di alcuni ufficiali governativi nello scandalo della vendita illegale di migliaia di tonnellate di riserve di grano, in allucinante concomitanza a questo momento di carestia che sta facendo vittime nel nord del paese. In alcune zone non piove da anni. Esperti prevedono che alla fine di questa impropriamente chiamata “stagione delle piogge” circa la metà delle capre e dei bovini non sopravvivranno.
Meteorologi prevedono un arrivo delle piogge verso fine e Ottobre, non escludendo la possibilità di uno scenario contrastante: alluvioni. I costi di questa siccità, in termini di perdite di vite, animali, risparmi e degradazione ambientale, sono ancora incalcolabili, ma saranno ricordati dalla gente nel tempo.
Nicola Zolin freelance photojournalist and social worker Locomotive Organization
http://www.nicolazolin.com |
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I VOLTA FACCIA DELL'ONU E LA CRISI IN DARFUR |
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Scritto da antonella napoli
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Mercoledì 09 Settembre 2009 07:47 |
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In Darfur la guerra è finita. Almeno così afferma Martin Luther Agwai, comandante uscente del contingente Unamid. Perché, allora, continuano a susseguirsi notizie di bombardamenti (l’ultima incursione qualche settimana fa nei dintorni di Jebel Moon, città controllata dal Jem, nel West Darfur) e di attacchi mortali che coinvolgono i gruppi di ribelli ma anche la popolazione civile?
Diciamo che se la guerra - ovvero l’azione militare (a cui probabilmente si riferisce Agwai) che vede contrapposte fazioni in conflitto nella regione sudanese - è finita, non si può certo parlare di pace. Se è vero che recentemente non sono stati registrati veri e propri combattimenti, il ristabilimento della giustizia e dell'ordine sociale nell’area è ben lontano.
Lo stesso comandante della forza di peacekeeping in Darfur ha ricordato il proliferare di feroci episodi di banditismo e di violenza nei confronti degli sfollati, che cercano rifugio nei campi profughi, e degli operatori delle organizzazioni non governative ancora presenti nella regione (basti pensare alle due volontarie di Goal, una ong irlandese, rapite il 3 luglio e ancora nelle mani dei sequestratori).
E la crisi umanitaria? Beh, non arretra anzi la situazione peggiora giorno dopo giorno. I dati sono inconfutabili: il World Food Program lancia continui appelli per chiedere fondi che coprano i deficit alimentari in vaste zone del Sudan e i bollettini della programmazione umanitaria delle Nazioni Unite parlano ancora di ‘risposta a breve termine’ nelle aree che erano coperte dalle 13 ong cacciate dal Darfur dopo l’incriminazione del presidente Omar Al Bashir. Le carenze alimentari e sanitarie, per non parlare della sicurezza dei circa 3 milioni di sfollati ammassati nei campi allestiti in tutta la regione e lungo il confine con il Chad e la Repubblica Centrale Africana, si sono acuite e gli sforzi di Ocha, il Coordinamento degli aiuti internazionali, non sono ancora riusciti a supplire adeguatamente all’operato delle organizzazioni espulse.
Eppure il Darfur sembra non essere più un’emergenza anche perché il vicino Sud Sudan (dove è in atto dopo una guerra ultra ventennale un processo di pace alquanto instabile), in vista del referendum che dovrebbe portare all’indipendenza dello Stato, è una polveriera pronta ad esplodere.
La crisi in atto dal febbraio del 2003 in Darfur, e che secondo stime Onu ha causato 300mila vittime, non è più argomento ‘all’ordine del giorno’ nell’agenda dei potenti della terra – se mai lo è stato - a cominciare dall’amministrazione americana sulla quale si erano riposte grandi aspettative. Le stesse Nazioni Unite, che poco meno di un mese fa presentavano un rapporto dell’inviato speciale dell' ONU per i diritti umani in Sudan, da cui emergeva che le violenze e le uccisioni su larga scala nel Paese, dal Sud Sudan al Darfur, non si erano arrestate (‘nel periodo da agosto 2008 ai primi di giugno di quest'anno, numerosi bombardamenti hanno colpito la regione del Darfur, come i centri di Umm Sauunna, 24 km a ovest di Haskanita, e Shawa, a sud di El Fasher, spesso in maniera indiscriminata, senza alcuna distinzione tra postazioni ribelli, dimore private e strutture di accoglienza’ dal blog Italians for Darfur), oggi ridimensionano la situazione affermando che “si tratta per lo più di problemi di sicurezza”.
Ma se a terrorizzare milioni di persone e a creare difficoltà a una missione congiunta Onu – Ua che, almeno su carta, conta 26mila caschi blu, è solo qualche gruppo di banditi, perché il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sta valutando l'invio di consiglieri “per aiutare l’Unamid su questioni logistiche” (fonte Sudan Tribune)? Alla fine di luglio l'inviato speciale del presidente Obama, Scott Gration, aveva riferito che per garantire una duratura interruzione delle ostilità tra le parti era necessaria la presenza sul territorio di una forza di intelligence specializzata e con capacità di monitorare e controllare il processo di pace nella regione.
L’Unamid deve affrontare una carenza di lunga data delle capacità aeree: la comunità internazionale si è dimostrata riluttante a fornire gli elicotteri essenziali per garantire la riuscita della missione. Per denunciare lo stato delle cose un gruppo di associazioni e organizzazioni internazionali (tra cui Italians for Darfur) hanno presentato un documento che evidenzia, a due anni dall'approvazione della Risoluzione 1769 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che dava il via alla Forza ibrida dell' Unione Africana e dell’Onu in Darfur, i limiti e gli interventi necessari e improrogabili per assicurare una efficace protezione dei civili coinvolti nel conflitto. “Il contingente di peacekeepers – si legge nel rapporto - sebbene sia riuscito in alcuni casi a migliorare le condizioni di sicurezza in ristrette aree della regione, paga il costante ostruzionismo del governo sudanese e la negligenza e irresponsabilità della comunità internazionale, che non riesce a fornire le basilari risorse logistiche fondamentali in un'area grande quanto la Francia”.
Se ciò non bastasse nei giorni scorsi i leaders del Justice and Equality Movement hanno annunciato che l'esercito sudanese si prepara a scagliare un nuovo attacco nel nord del Darfur. Il portavoce del Jem, Ahmed Hussein Adam, ha affermato che un contingente militare composto dal Sudan Liberation Army di Minni Minawi e da forze di opposizione fuoriuscite dal Ciad, si sta muovendo verso le loro postazioni in chiaro assetto di guerra. Per chiudere, nel filo della tradizione del regime di Khartoum, le autorità sudanesi il 21 agosto hanno arrestato ventisette abitanti di un campo nel Darfur settentrionale che avevano manifestato il loro dissenso ai contenuti dell’accordo di pace del 2006, sottoscritto ad Abuja solo da una fazione dei ribelli.
Un leader del campo di Abu Shouk, nei pressi della capitale del Nord Darfur, El-Fasher, ha riferito al Sudan Tribune che Hussein Ishaq Sajo, il capo anziano della comunità, è tra le persone arrestate. La fonte che ha chiesto l'anonimato ha denunciato che il governo cerca di intimidire così gli sfollati e di scoraggiare qualsiasi opposizione al regime. Se questi sono i presupposti per affermare che in Darfur, oramai, si possa parlare solo ‘di problemi di sicurezza’, la strada per dichiarare che la pace sia stata raggiunta è ancora molto lunga.
Fonte: Articolo21
29 agosto 2009 |
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Settembre 2009 07:51 |
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inizia la preparazione del viaggio |
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Scritto da Giuseppe Stranieri
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Giovedì 25 Giugno 2009 12:18 |
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Carissimo Peppe, ciao sono contenta del vostro arrivo siete in 4 e sicuramente una sistemazione si trova, anche perchè di bergamo ne vengono solo 16. Per il materiale dello studi mi dice che l'anestetico è in scadenza, poi altre cose mi ha scritto che ora non ho presente ma sicuramente tu sai. Puoi portare come lo scorso anno un po' di roba da mangiare, pasta, formaggi, scatolette, vedi tu ora non sei più nuovo della casa. Ho voglia di vederti.
Allora del vecchio gruppo non c'è nessuno, sarai tu la guida per i nuovi. A presto ciao sr mariangela |
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Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Settembre 2009 20:25 |
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