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genocidio della popolazione Rwandese 1994 |
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Scritto da tratto da "parlandosparlando"
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Mercoledì 28 Luglio 2010 13:53 |
Il genocidio in Ruanda del 1994
 In rosso il Ruanda
Il genocidio in Ruanda del 1994 fu uno dei piu' sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dove, per l'ennesima volta, il colpevole disinteresse del mondo ha permesso e contribuito al verificarsi dei tragici eventi. Dal 6 aprile 1994 al 16 luglio 1994 vennero MASSACRATE sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) tra 800.000 e 1.100.000 persone (Uomini, Donne e Bambini). Le vittime sono state in massima parte di etnia Tutsi, che costituisce una minoranza rispetto agli Hutu, a cui facevano capo i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell'eccidio, Interahamwe e Impuzamugambi. I massacri non risparmiarono neanche una larga parte di Hutu moderati, soprattutto personaggi politici. Le divisioni etniche del paese sono state opera principalmente del dominio coloniale europeo, prima tedesco e poi belga, che inizio' a dividere le persone con l'introduzione della carta d'identita' etnica e favorire quelli che consideravano piu' ricchi e di diversa origine: i Tutsi. In realta' Tutsi e Hutu fanno parte dello stesso ceppo etnico culturale Bantu e parlano la stessa lingua. Il genocidio termino' col rovesciamento del governo Hutu e la presa del potere, nel luglio del 1994, dell'FPR, il Fronte Patriottico Ruandese. Ma vedimo nel dettaglio i fatti.
 Dipinto
In Ruanda erano originariamente presenti tre gruppi etnici: i Tutsi (15%), prevalentemente allevatori e pastori, erano giunti dall'Uganda e dall'Etiopia intorno al XV secolo; sono conosciuti anche con il nome di Watutsi o Watussi; gli Hutu (84%), dediti prevalentemente all'agricoltura ed eredi, dal punto di vista antropologico, dei bantu; erano giunti dal Ciad e dall'Africa australe; sono conosciuti anche con il nome di Wahutu; i Twa (1%), sono un popolo pigmeo e costituiscono gli abitanti originari del Ruanda; erano prevalentemente cacciatori e artigiani, e furono spesso alleati con i Tutsi; sono anche conosciuti con il nome di Watwa. Questi tre gruppi etnici vivevano insieme da almeno 5 secoli e condividevano la stessa lingua, religione e cultura. La differenza tra Tutsi e Hutu (le due princilali etnie) era solo di clan o di stato sociale (i Tutsi solitamente erano piu' ricchi perche', essendo allevatori e pastori, possedevano il bestiame e le terre per il pascolo) e non aveva nessuna connotazione razziale: sebbene sia esistito un rapporto di subordinazione fra i due gruppi, Hutu e Tutsi hanno sempre svolto ruoli complementari. Quando la regione del Ruanda-Burundi fu esplorata e colonizzata dai tedeschi prima (dal 1895 al 1916) e dai belgi poi (dal 1916 al 01/07/1962) le cose cambiarono. Tedeschi e belgi, forti delle teorie fisiognomiche di retaggio ottocentesco, per lo sfruttamento coloniale si appoggiarono all'etnia Tutsi (che si era gia' conquistata la gestione del territorio intorno al 1500) unificando il paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli Hutu e i Twa. I Tutsi, seppure minoritari, vennero integrati nell'amministrazione coloniale, come uomini di fiducia dei colonizzatori. La scelta di appoggiarsi all'etnia Tutsi per lo sfruttamento coloniale fu dettata principalmente dalla loro conformazione fisica piu' vicina agli standard occidentali (retaggio di teorie fisiognomiche e antropomorfiche ottocentesche), essendo i Tutsi alti, magri e dalla carnagione piu' chiara, nonche' possidenti e feudatari terrieri; per questi motivi vennero ritenuti, dai tedeschi prima e dai belgi poi, piu' intelligenti e adatti a gestire il potere. Gli Hutu, invece, piu' tozzi e scuri, vennero considerati e descritti come rozzi e adatti al lavoro dei campi; i Twa, pigmei, erano visti come esseri vicini alle scimmie.
 Documento di identita' dettaglio sull'indicazione dell'etnia
Con la colonializzazione tedesca e belga si e' cosi' introdotto in Ruanda il concetto di etnia (razza), che trova la sua massima espressione razziale nel 1933 quando i belgi inseriscono l'etnia di appartenenza (Hutu e Tutsi) sui documenti di identita' ruandesi. L'appoggio belga ai Tutsi termina negli anni '50, a seguito del malcontento provocato dallo sfruttamento coloniale, che porto' gli Hutu a ribellarsi ai Tutsi e i Tutsi a progettare l'indipendenza del paese dal Belgio. I colonizzatori scelsero allora di appoggiare la rivolta degli Hutu. Difatti negli anni '50, con l'affermazione del Parmehutu, il partito per l'affermazione degli Hutu, fondato da un gruppo di intellettuali Hutu, inizia la lotta di denuncia del dominio razzista dei Tutsi che proponeva una nuova rivoluzione sociale basata, questa volta, sulla superiorita' razziale degli Hutu. Nel 1957 il Parmehutu pubblica il Manifesto degli Bahutu, in cui viene denunciato il monopolio razzista del potere attuato dai Tutsi. La rivoluzione hutu del partito Parmehutu ebbe successo e porto' il Ruanda a dichiarare l'indipendenza nel 1962 mettendo fine a decenni di colonialismo: viene cosi' abolita la monarchia e proclamata la repubblica con Gregoire Kayibanda, che instaura un regime razzista contro i Tutsi. Iniziano cosi' le persecuzioni razziste e le vendette contro i Tutsi, che sfociano in sanguinosi scontri con decine di migliaia di morti e provocarono l'esodo di centinaia di migliaia di tutsi verso i paesi confinanti (soprattutto verso nord, in Uganda); persecuzioni che continueranno anche col regime di Juvenal Habyarimana, che sale al potere nel 1973 con un colpo di stato, promettendo progresso e riconciliazione. Nel 1987 a seguito della diaspora, nasce il FPR (il Fronte Patriottico Ruandese) dei Tutsi con a capo Fred Rwigyema e Paul Kagame, con l'obiettivo di favorire il ritorno dei profughi in patria, anche attraverso la conquista militare del potere. La fine degli anni '80 vede il Rwanda in piena crisi economica: a fronte di un forte aumento demografico, le risorse agricole del paese restano le uniche e invariate. Le pressioni interne, unite alla richiesta occidentale di democratizzazione, inducono il presidente Habyarimana a varare nel 1991 una nuova Costituzione, che promette il multipartitismo. Mentre continua la guerriglia dell'FPR, con massacri da ambo le parti, il presidente firma, il 4 agosto 1993, gli accordi di Arusha, che prevedono il rientro di tutti i profughi Tutsi e una sostanziale spartizione del potere con l'FPR. Per assicurare l'effettivo adempimento degli accordi di Arusha, nell'ottobre del 1993 l'ONU organizzo' una missione di assistenza da inviare in Ruanda, l'UNAMIR. UNAMIR (UNAMIR dall'inglese United Nations Assistance Mission for Ruanda), ovvero Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda fu una missione delle Nazioni Unite che duro' sino a marzo del 1996. Lo scopo dell'UNAMIR era quello di calmare le tensioni etniche nel paese tra gli Hutu, che governavano il paese, e la minoranza Tutsi, in gran parte raccolta nel Fronte Patriottico Ruandese (FPR). Il mandato era quello di assicurare la sicurezza della capitale Kigali, monitorare il rispetto del cessate il fuoco tra le parti, la smilitarizzazione delle fazioni, garantire sicurezza nel paese durante il governo di transizione, indire nuove e democratiche elezioni, coordinare gli aiuti umani ed effetture lo sminamento del paese. L'UNAMIR venne creata il 5 ottobre 1993 con la risoluzione 872 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Venne autorizzato il dispiegamento 2500 militari che, pero', nel momento caldo degli scontri furono fatti rientrare; restarono solamente 270 militari, tutti canadesi, comandati dal generale Romeo Dallaire, che non volle abbandonare il paese al suo destino. Vani furono i suoi tentativi di farsi inviare dall'ONU un nuovo contingente di almeno 5000 militari: i paesi membri si rifiutarono di inviare i propri militari fino a quando l'ondata di violenza non fosse cessata. Con un contingente cosi' ridotto all'osso il generale Dallaire riusci' comunque a salvare migliaia di cittadini Tutsi. Ad agosto del 1994, a genocidio finito, il generale Dellaire chiese di rientrare in Canada perche' sofferente di stress; venne sostituito dal generale Guy Tousignant. L'UNAMIR e' considerato il piu' grande fallimento delle Nazioni Unite, per la mancanza di regole di ingaggio chiare e soprattutto per non essere riuscita ad evitare il Genocidio ruandese. La missione costo' comunque la vita a 27 militari dell'UNAMIR. Il 6 aprile 1994, l'aereo presidenziale di Juvenal Habyarimana (al potere con un governo dittatoriale dal 1973), di ritorno da Dar es Salaam, dove aveva concordato una nuova formazione ministeriale, venne abbattuto da un missile terra-aria in fase di atterraggio a Kigali. Ancora oggi non si sa chi lancio' quel missile: le ipotesi piu' accreditate sono quelle che portano alle frange estremiste del partito presidenziale, le quali non accettavano la ratificazione di un accordo (quello di Arusha, nel 1993) che concedeva al Fronte Patriottico Ruandese (FPR), composto in prevalenza da esiliati Tutsi nemici storici degli Hutu (che costituivano l'85% della popolazione e che dalla rivoluzione del 1959 detenevano completamente il potere) un ruolo politico e militare importante all'interno della societa' ruandese; un'altra ipotesi e' quella che sostiene che fu proprio l'FPR a compiere l'attentato, convinto che il suo ruolo negli eventi sarebbe stato marginale e che i patti non sarebbero stati rispettati; negli ultimi tempi e' stata inoltre incriminata la moglie del presidente, che proprio quel giorno, contrariamente alle sue abitudini, decise di prendere un mezzo alternativo all'aereo, forse perche' conosceva in anticipo la sorte del marito o forse perche' lei stessa ne aveva tessuto le trame. Il 7 aprile a Kigali e nelle zone controllate dalle forze governative (FAR, Forze Armate Ruandesi), con il pretesto di una vendetta trasversale, iniziano i massacri e l'eliminazione fisica della popolazione tutsi e dell'opposizione democratica da parte della Guardia Presidenziale, dei miliziani dell'ex partito unico (Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo sviluppo) e dei giovani Hutu. Il segnale dell'inizio delle ostilita' fu dato dall'unica radio non sabotata, l'estremista RTLM che invitava, per mezzo dello speaker Kantano, a seviziare e ad "uccidere gli scarafaggi tutsi" ... "tagliate i rami alti". E' l'inizio del genocidio che si protrasse per 100 giorni tra massacri e barbarie di ogni tipo. Autore del progetto di genocidio e' l'Akazu (letteralmente la casetta), il gruppo di potere formatosi attorno al presidente e al suo clan familiare, che non accetta limitazioni di potere e comincia ad organizzarsi: vengono creati e armati gli Interahamwe (letteralmente quelli che lavorano insieme), milizie Hutu irregolari; vengono acquistati dalla Cina, attraverso la ditta Chillington di Kigali, i machete; vengono redatte liste di esponenti Tutsi da uccidere. Tutti gli hutu sono stati chiamati al genocidio: chi non partecipava al lavoro era considerato un nemico, e quindi andava eliminato. Questa particolarita' del genocidio ruandese e' visibile anche dalle cifre: 20.000 circa sono considerati i pianificatori (militari, ministri, sindaci, giornalisti, prefetti, ecc,); 250.000 circa i carnefici, gli autori diretti dei crimini; 250.000 circa le persone implicate negli atti di genocidio. Gli ultra' dell'Hutu Power (Potere Hutu), con a capo il colonnello Theoneste Bagosora, capo di gabinetto del ministro della difesa, diffusero una lista di 1.500 persone da uccidere per prime. Poi entrano in azione gli Interahamwe, che istituirono delle barriere stradali: al controllo dei documenti le persone che avevano sulla carta d'identita' l'appartenenza all'etnia Tutsi vennero massacrate a colpi di machete. Le operazioni erano coordinate da Radio Mille Colline, che dava notizie ed esultava per le azioni piu' spettacolari, invitando i Tutsi a presentarsi alle barriere per essere uccisi. Molti adulti si sacrificano, nel tentativo di proteggere e salvare i bambini. Per cancellare i Tutsi dal Ruanda i miliziani Interahamwe uccisero coi machete, le asce, le lance, le mazze chiodate, le armi da fuoco. Per i Tutsi non esistevano luoghi sicuri: anche le chiese vennero violate. Sulle colline di Bisesero decine di migliaia di persone organizzarono la resistenza. Il 22 giugno Francia, Gran Bretagna e Belgio inviarono truppe (la tristemente famosa operazione turquoise) per la protezione e l'evacuazione dei PROPRI cittadini. Salvati gli europei, la comunita' internazionale e l'ONU abbandonarono i ruandesi alla furia dei machete, mentre discutevano se si trattasse o meno di genocidio. L'intervento venne pero' utilizzato dagli autori dei massacri per proteggere la propria fuga dal paese. L'FPR (Fronte Patriottico Ruandese) dei Tutsi, guidato da Paul Kagame, prese il potere a luglio e nei mesi successivi si verifico' uno spaventoso esodo di massa degli Hutu, terrorizzati dalla sanguinosa vendetta operata nei loro confronti. Circa 2 milioni di profughi fuggirono verso l'allora Zaire, Tanzania e Burundi. Tra loro si nascondevano anche miliziani Interhamwe e molti dei colpevoli dei massacri. Per individuare e giudicare i responsabili del genocidio, nel novembre del 1994 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il TPIR (il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda), con sede ad Arusha, in Tanzania. Il TPIR in dieci anni ha giudicato e condannato soltanto una ventina di persone. Per rilanciarne i lavori nel 2003 l'ONU ha designato come procuratore capo, con competenza esclusiva per il Rwanda, Hassan Bubacar Jallow. Attualmente sono quasi 90.000 i prigionieri detenuti nelle carceri ruandesi. Di fronte all'impossibilita', per il sistema penale locale, di sottoporre a processo tutti i carcerati, nel 2000 sono state istituite le gacaca, tribunali popolari, che invitano i colpevoli ad ammettere le proprie colpe in cambio di importanti sconti di pena. I pubblici ministeri ed i giudici del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, quando si trovarono a giudicare i maggiori responsabili del genocidio, si resero conto che oltre ai feroci omicidi di massa si era perpetrata sistematicamente la violenza sessuale. Anche se quasi tutte le donne furono uccise prima di poter raccontare le loro storie, un rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che durante il genocidio almeno 250.000 ruandesi furono sistematicamente stuprate. Le violenze, per lo piu' compiute da molti uomini in successione, furono spesso accompagnate da forme di tortura fisica e furono eseguiti pubblicamente per moltiplicare il terrore e la degradazione. Molte donne li temevano a tal punto da implorare di essere uccise. Spesso gli stupri erano preludio della morte, ma a volte le vittime non venivano uccise: l'umiliazione avrebbe cosi' colpito non solo la vittima ma anche le persone a lei piu' vicine. Per di piu', l'elevata diffusione dell'AIDS, condannava le sopravvissute ad una lenta e dolorosa agonia.
 Lapide in memoria del genocidio
La storia del Ruanda (e del resto del mondo colpevolmente assente) fu segnata inesorabilmente da questo genocidio del 1994: si calcola che circa 1 MILIONE di persone vennero massacrate da estremisti Hutu e dalle milizie Interhamwe fedeli al presidente Juvenal Habyarimana. Su una popolazione di 7.300.000, di cui l'84 % Hutu, il 15 % Tutsi e l'1 % Twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto). Altre fonti parlano di 800.000 vittime. Tra loro il 20% circa e' di etnia Hutu. I sopravvissuti Tutsi al genocidio sono stimati in 300.000. Migliaia le vedove, molte stuprate e oggi sieropositive. 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia. Uno studio delle Nazioni Unite ha confermato la gravita' del problema: il 31% dei bambini cresciuti durante il genocidio hanno assistito ad uno stupro, il 70% e' stato testimone di uccisioni e migliaia hanno perso i genitori nel dopoguerra a causa dell'AIDS. Secondo una stima ufficiale, il 70% delle donne stuprate durante il genocidio del Ruanda ha contratto l'HIV e la maggior parte di loro alla fine ne morira'.
Al seguente link e' stata allestita una piccola (ma credete, significativa) galleria di immagini sul genocidio in Ruanda del 1994. Sono immagini particolarmente crude che rendono solo minimamente l'idea e la portata di quello che e' accaduto, e di cui e' stato capace il genere umano. Ma il Ruanda non e' solo morte e desolazione, e' anche uno dei piu' bei paesi africani. Il suo territorio e' caratterizzato da laghi, vulcani, parchi naturali e montagne che offrono fantastici panorami e ospitalita' ad alcuni tra gli ultimi gorilla di montagna rimasti; per questa sua particolare conformazione geografica e' chiamato anche il Paese dalle mille colline. Al seguente link, Ruanda: immagini, storia, costumi, paesaggi, e' possibile leggere una scheda geo-politica del Ruanda e godere di stupende immagini del Ruanda.
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Genocidio della popolazione Armena 1915 |
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Scritto da preso da Ferruccio Gattuso
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Mercoledì 28 Luglio 2010 13:48 |
PREMESSA – La repubblica turca entrerà, prima o dopo, a far parte dell’Unione Europea. Su questo prossimo futuro imperversano brucianti polemiche scatenate dal consueto schieramento dei favorevoli e contrari. Nei salotti televisivi e ed altri luoghi più o meno politico-mondani gridano e sussurrano i razzisti e quelli che vogliono la fusione e la compenetrazione delle identità. Favorevoli e contrari hanno le loro ragioni. I primi perché capiscono o sanno che il processo di globalizzazione (non sarebbe meglio parlare di avvicinamento funzionale fra i popoli?) è un meccanismo ineliminabile della dialettica storica; i secondi in quanto, non capendo e non sapendo, sono ancora nelle spire dell’ancestrale paura dell’altro, della “tribù” aliena che può sottrarre beni, cultura e libertà. Quanto hanno ragione questi ultimi? Certamente un quantum è ammissibile. Per ciò che riguarda il caso specifico della Turchia lo vediamo dall’articolo di Gattuso (apparso nel numero 48 della nostra rivista), che ripubblichiamo per la sua attualità. Inoltre nella memoria storica degli Europei esistono ancora i ricordi delle invasioni turche caratterizzate da saccheggi di massa e da crudeltà senza limite. Riteniamo giusto riportare alla luce il ricordo di questo genocidio che è segno di una cultura feroce. Ancora oggi la repubblica turca è in parte portatrice di disvalori legati a questa cultura: quindi il processo di integrazione nell’Unione Europea deve avvenire in parallelo con l’abbandono di tali disvalori. E’ una mutazione che va pretesa con fermezza assoluta, totale. Ricordando che il libero processo di maturazione della Turchia non potrà essere veloce. Come non lo è stato quello dell’Europa, che di genocidi sulla coscienza ne ha in numero notevole. Consumati sul proprio territorio e sugli altri continenti. Favorevoli e contrari abbiano dunque pazienza. E riflettano senza preconcetti su quanto sta accadendo oggi. Per capire come sia giusto, nella prospettiva e nella dialettica storica, che l’accadimento replichi se stesso e continui la strada verso la democrazia. La Direzione |
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Il genocidio degli armeni è stato giustamente definito il "prototipo dei genocidi del ventesimo secolo", l'esempio perfetto della distruzione il più possibile completa di un gruppo etnico da parte di uno Stato, il tragico capitolo primo di un secolo che si è chiuso con altri capitoli sanguinari, e altre pulizie etniche. L'importanza di questo genocidio, quindi, si impone non solo per un motivo cronologico. La distruzione "scientifica" del popolo armeno da parte dello stato turco si rivela un tragico paradigma sia per le tecniche impiegate che per l'elemento di ispirazione nei confronti di altri propositi genocidari. In ultimo, l'anno Duemila segna l'ottantacinquesimo anniversario del genocidio armeno. Il caso armeno rivela anche una verità sulla quale raramente ci si ferma a riflettere: un popolo diventa possibile obbiettivo di un genocidio quando si realizzano contemporaneamente due fenomeni paradossalmente contrari, quando cioè al punto di maggiore debolezza e minoranza si somma un irrazionale atteggiamento ossessivo da parte di una maggioranza antagonista. Come nel caso degli ebrei, il genocidio si rivela possibile quando il bersaglio non è attrezzato a difendersi, non quando è potente o esercita un effettivo potere d'influenza nella società in cui vive. Anche da questi presupposti nasce la necessità storica della creazione dello stato d'Israele. Seppure una serie di zelanti storici "negazionisti" si sia affannata a negare il genocidio armeno, esistono documenti inoppugnabili i quali dimostrano come il governo turco abbia pianificato e pianifichi freddamente l'eliminazione fisica del popolo armeno. La mancanza di un'adeguata esposizione del genocidio armeno agli occhi dell'opinione pubblica la si deve a due fondamentali fattori: l'operazione di sterminio è stata condotta in pieno conflitto mondiale (1915), in una situazione in cui operazioni militari e perdite di vite umane potevano essere meglio mascherate e l'atteggiamento calcolatore delle Potenze occidentali, che hanno sempre riconosciuto alla Turchia un importante ruolo di baluardo e contenimento, prima verso l'integralismo islamico, poi verso l'imperialismo sovietico. Armenia, una porta verso l'Oriente - Gli armeni giunsero intorno al VII secolo a.C. in quel territorio situato a sud del Caucaso e del mar Nero, a est dell'altopiano anatolico, a ovest del mar Caspio, in una zona montuosa, fertile e strategica, dal momento che
attraverso essa passa una delle fondamentali vie per l'Oriente. Da sempre, quindi, l'Armenia è una regione che fa gola a tutti i popoli dominatori adiacenti, dai persiani ai greci, dai romani agli arabi. L'unico modo per sopravvivere è quello, tradizionale, di giocarsi periodicamente le alleanze, sfruttando le rivalità tra Bisanzio e la Persia. La sopravvivenza, però, passa anche per una propria precisa identificazione: gli armeni diventano così, tra il IV e il VI secolo d.C., cristiani, ma appartenenti ad una Chiesa nazionale, che li pone in contrasto con quella occidentale. Periodiche invasioni turche spingono gli armeni verso la Cilicia dove, tra le montagne dell'Amano e del Tauro, prende forma la Nuova Armenia, che resisterà fino alle porte del XVI secolo. Si affaccia infatti sulla scena l'impero Ottomano che occupa la parte occidentale dell'Armenia, mentre quella orientale finisce alla Persia. Da questo momento gli armeni diventano cittadini ottomani, di un impero plurinazionale che, benché di maggioranza musulmana, si dimostra tollerante verso le minoranze cristiane, rispettandone lingua e cultura. È, tutto questo, parte di un "contratto", che prevede comunque, per i non musulmani, una condizione di inferiorità nel campo dei diritti civili: quella del Sultano è una teocrazia, dove l'Umma (comunità credente) domina i dhimmis (i "protetti"). Questi ultimi sono cristiani ed ebrei, che non possiedono terre proprie, pagano più imposte e, di fronte alla sharia - combinazione di legge civile e religiosa basata sul Corano - si rivelano cittadini di classe inferiore. In un processo, ad esempio, una testimonianza di un cristiano contro un musulmano non ha valore. Gli armeni, quindi, non hanno il minimo accesso alla vita politica dell'Impero. La disgregazione dell'Impero: il seme del genocidio - Per quanto possa sembrare paradossale, in questa condizione di subalternità all'interno di un solido regime imperiale gli armeni non corsero alcun rischio. Questa situazione di debolezza risultò letale solo quando l'Impero ottomano cominciò la sua lunga crisi, divenendo agli occhi dell'Occidente il "malato d'Europa". Fu quindi l'inizio del declino dell'Impero sovranazionale, in contemporanea al sorgere dei nazionalismi ispirati dagli irredentismi europei, quello armeno, che cominciava ad avanzare qualche rivendicazione, e quello turco (i Giovani Turchi), a creare la pericolosa miscela di ossessione e razzismo da cui sarebbe sprigionato il genocidio. Dopo la proclamazione dell'indipendenza della Grecia nel 1822, le popolazioni balcaniche si ribellano al sultanato e chiedono autonomia. La Russia, eterna rivale dell'Impero ottomano cerca di ottenere vantaggi da questa crisi: da più di un secolo la Russia si propone come la protettrice degli ortodossi in Medio Oriente, strategia che le permette una continua ingerenza nell'area. I trattati di Londra del 1827 e di Parigi del 1856 si rivelano una fastidiosa arma di intervento nella zona di pertinenza ottomana da parte delle Potenze occidentali, per di più l'Europa chiede alla Sublime Porta (il governo ottomano) continue riforme. È una politica del tira e molla da parte delle Potenze europee, perché l'Impero Ottomano è comunque alleato fondamentale per il contenimento della Russia. Da parte loro, gli armeni, esercitano una pressione autonomistica su un fronte legale (il patriarcato di Costantinopoli porta la questione armena sulla scena internazionale) e illegale (dal 1890 nascono partiti rivoluzionari che sostengono la lotta armata, come la Federazione Rivoluzionaria Armena, il FRA). Questa particolare combinazione di pressioni esterne ed interne all'Impero si rivelerà fatale per gli armeni. "Nessuno stato -scrive inconfutabilmente Claude Mutafian - è più crudele di un grande impero in agonia". 1894-1986: i primi massacri - Quasi a voler saggiare la capacità di reazione delle Potenze europee, il sultano Abdul Hamid pianifica nel 1894 il primo massacro di massa contro gli armeni. Il piano criminale scatta nella regione di Sassun, a ovest del lago Van. Una campagna di disinformazione, che accusava gli armeni di tradimento e complottismo, servì ad accendere gli animi della maggioranza musulmana. In nemmeno due anni i primi pogrom anti-armeni causano la morte di più di 200.000 persone, la conversione forzata all'Islam di decine di migliaia di persone, e un esodo di massa fuori dai confini dell'Impero. L'eccidio viene perpetrato davanti agli osservatori europei, che non mancano di informare (in documenti perfettamente reperibili) i propri governi, i quali decidono comunque di non intervenire. È il segnale che il sultanato attende: la scintilla era scoccata, e negli anni seguenti avrebbe incendiato tutta l'Armenia. La fine dell'Impero Ottomano - L'eccidio era stato però l'ultimo atto disperato di un potere destinato al crollo. Per quanto possa sembrare paradossale, considerando gli eventi successivi, i rivoluzionari armeni si alleano ai nazionalisti turchi in chiave anti-ottomana e, nel luglio 1908 un putsch condotto dal partito Unione e Progresso chiude l'era ottomana e stabilisce un regime costituzionale. Sono i Giovani Turchi, nome col quale l'Europa definisce, ottimisticamente, i rappresentanti di una Turchia che si immagina finalmente europea a tutti gli effetti. I Giovani turchi, in realtà, sono divisi al loro interno, e finisce per vincere l'ala più oltranzista, decisamente anti-ottomana e di conseguenza più nazionalista. L'indipendenza della Bulgaria, il passaggio della Bosnia-Erzegovina all'Impero austro-ungarico, quello della Tripolitania all'Italia nel 1911, i conflitti balcanici nel 1912 e nel 1913 smembrano progressivamente l'ex-Impero Ottomano, e questo non può che radicalizzare il nuovo governo turco. Il misto di sconfitte e nazionalismo crea quindi le basi per il genocidio armeno agli albori del XX secolo. Nell'aprile 1909 una seconda ondata di massacri colpisce gli armeni, nella zona della Cilicia, prima ad Adana, la città maggiore, poi in tutta la provincia. In due ondate violentissime il partito Unione e Progresso (Ittihad) pianificano il massacro di 30.000 persone, nel silenzio generale da parte delle Potenze europee. Intanto il governo si trasformava in una dittatura oligarchica affidata a tre "uomini forti", Djemal, Enver e Talaat, che avrebbero ottenuto i ministeri della Marina, della Guerra e dell'Interno. La Grande Guerra e il genocidio armeno - La Grande Guerra offre al governo turco l'opportunità di "chiudere i conti" con gli armeni. La Turchia entra in guerra a fianco delle Potenze centrali. Da parte loro, gli armeni si dividono in più fazioni: chi è per la neutralità, chi si propone di combattere per la Turchia "da cittadino ottomano" e chi si schiera con i Russi. Sul confine fra Turchia e Russia, infatti, avvengono gli scontri più duri, a tutto favore di quest'ultima. Nella loro ritirata attraverso la regione armena, i soldati turchi si
convincono che buona parte della responsabilità della sconfitta risiede nei "traditori" armeni. In realtà, nelle file russe ci sono anche armeni, ma sono quelli da sempre appartenenti alla Russia, non quelli "ottomani". Il terreno è fertile per far fiorire il genocidio. Tra il dicembre 1914 e il febbraio 1915 il Comitato centrale del partito Unione e Progresso, guidato da due medici - i dottori Nazim e Behaddine Chakir - pianifica la totale soppressione degli armeni come popolo. Viene creata la famigerata Organizzazione Speciale, una struttura paramilitare dipendente dal ministero della Guerra, ufficialmente incaricata di operazioni spionistiche oltre confine, ma segretamente incaricata di sterminare gli armeni (ai messaggi ufficiali di non toccare la popolazione armena durante le operazioni militari seguivano contrordini in codice di segno opposto). Oltre a ciò, detenuti comuni vennero scarcerati e addestrati per far parte di squadre irregolari (i tchété), adibiti ai lavori più sporchi. Il piano scatta tra il gennaio e l'aprile 1915: i soldati armeni, che avevano combattuto per il governo turco, vengono disarmati, raggruppati con la scusa di eseguire lavori specifici di ricostruzione ed eliminati lontano dai centri abitati. Alla fine di aprile, con il pretesto di una rivolta armena scoppiata a Van, 2345 notabili armeni di Costantinopoli vengono arrestati, nei mesi successivi tutta l'élite intellettuale (scrittori, giornalisti, poeti come Daniel Varujan, parlamentari come Krikor Zohrab) vengono deportati verso l'interno dell'Anatolia e massacrati lungo il percorso. Tra il mese di maggio e il mese di luglio dello stesso anno gli armeni di 7 provincie orientali - Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput - vengono uccisi o deportati. Gli uomini in salute vengono uccisi sul posto, donne, bambini e vecchi vengono deportati, obbligati a sostenere lunghe marce verso il deserto, all'unico scopo di farli morire di fatica. I convogli vengono fatti attaccare da nomadi curdi al servizio del governo. Nel mese di agosto, per quanto possa sembrare incredibile, il governo turco è riuscito a sradicare completamente gli armeni da una regione nella quale avevano vissuto per secoli. Tra l'agosto 1915 e il luglio 1916 scatta la seconda fase del genocidio: l'eliminazione degli armeni nella altre zone della Turchia, in particolare quelle dell'Ovest, lontane dal fronte di guerra, come la Cilicia. I pochi sopravvissuti vengono raccolti in campi di concentramento in Siria, nel Sud del paese, alcuni condotti verso la Mesopotamia, per la precisione a Deir es-Zor, il cui carnaio del luglio 1916 passerà alla storia come il simbolo del genocidio armeno. In un anno solamente - queste le agghiaccianti cifre - un milione e mezzo di armeni vengono uccisi, 100.000 bambini vengono presi da turchi e curdi e cresciuti sotto l'Islam e sotto un'altra lingua. La fine della guerra e il completamento del genocidio - La sconfitta della Turchia nella Prima guerra mondiale sembrò portare ad un riscatto dei 600.00 armeni sopravvissuti al genocidio, ma paradossalmente le pressioni dei vincitori per processare i responsabili dell'immenso massacro, unite alla forzata nascita (Conferenza di Pace, Trattato di Sèvres, agosto 1920) di una Repubblica d'Armenia e di un Kurdistan indipendenti, servì solo a completare lo sterminio. Dopo la caduta di Abdul Hamid e dei Giovani Turchi il potere finisce a Mustafà Kemal, deciso ad imporre il nazionalismo turco e a completare l'opera dei predecessori nei confronti degli armeni. Kemal seppe sfruttare con astuzia la diffidenza tra la nuova Russia bolscevica e gli Alleati occidentali. Nell'indifferenza generale, e con assoluto disprezzo delle disposizioni del Trattato di Sèvres, Kemal ordinò alle proprie truppe, agli ordini del generale Karabekir, di invadere l'Armenia e, con l'aiuto della rediviva Organizzazione speciale, attuò la fase finale del genocidio. L'incendio di Smirne (settembre 1922) può essere considerato l'epilogo del genocidio. La Conferenza di Losanna del 1923 si premurò di annullare gli accordi di Sèvres, e nei protocolli sono addirittura assenti le espressioni "Armenia" e "armeno". L'Europa dava il suo avallo al massacro. Il negazionismo turco - Esistono importanti testimonianze sul genocidio armeno. Nel luglio 1915 Johannes Lepsius- un pastore tedesco che aveva già assistito ai massacri del 1894-96 - torna a Costantinopoli e assiste al nuovo eccidio. Nel 1916 il pastore pubblica il Rapporto segreto sui massacri d'Armenia, e nel 1919 una raccolta di documenti diplomatici dal titolo La Germania e l'Armenia, 1914.1918, entrambe schiaccianti testimonianze di ciò che era avvenuto. Dalle Memorie dell'ambasciatore americano Morgenthau è invece possibile raccogliere le confidenze ottenute dallo stesso ministro Talaat (del quale vergognosamente esiste un mausoleo sulla "collina dei martiri" a Costantinopoli) il quale affermava che le deportazioni erano il "risultato di lunghe e serie riflessioni". Non solo: "Ci hanno rimproverato di non aver fatto distinzione, in mezzo agli armeni, tra gli innocenti e i colpevoli: è assolutamente impossibile, perché gli innocenti di oggi
saranno forse i colpevoli di domani". O, infine: "Noi abbiamo già liquidato la posizione di tre quarti degli armeni […] bisogna che la finiamo con loro, altrimenti dovremo temere la loro vendetta". Sempre da parte americana, e per di più filo-turca, The Slaughterhouse Province (La provincia mattatoio)", del console americano a Khapurt, Leslie Davis, dove, datato luglio 1915 si può leggere in una lettera a Morgenthau :"Li hanno semplicemente arrestati e uccisi nell'ambito di un piano generale di sterminio della razza armena". Di grande importanza è anche il Libro Blu britannico redatto dal diplomatico James Bryce. In un discorso alla Camera dei Lords, il 6 ottobre 1915, Bryce documentò l'uccisione premeditata di almeno 800.000 armeni. Il Libro Blu, edito l'anno successivo, contiene più di 150 documenti provenienti da testimoni neutrali, con contributi anche fotografici. Il negazionismo turco del genocidio armeno poggia su tre argomenti. Il primo, sostenuto sin dal 1915, cerca di ribaltare le responsabilità, accusando gli armeni di aver tradito la Turchia, di avere attuato un genocidio contro i Turchi (il riferimento è ad alcuni attacchi a villaggi turchi da parte di bande armene venute dalla Russia). Il secondo argomento - che cerca di smontare l'intera esistenza del genocidio - nega che da parte del governo turco ci sia stata l'intenzione e la premeditazione dello sterminio. La Turchia ammetterebbe la deportazione e i massacri, ma non la pianificazione scientifica del genocidio. Nel 1988 la pubblicizzata apertura degli archivi ottomani (trattati con cura nei settant'anni precedenti) rivelerà solo la clamorosa falsificazione di documenti che, nell'intenzione di Ankara, attesterebbero l'innocenza turca. Il terzo argomento è quello della sfida delle statistiche. Quanti erano gli armeni nell'Impero Ottomano prima del genocidio? Il sopravvissuto patriarcato armeno di Costantinopoli dice 2.100.000 persone, i turchi 1.290.000, mentre la cifra delle vittime sarebbe, per gli armeni, 1.500.000, per i turchi da 200.000 a 800.000. Anche seguendo l'indicazione turca, non si potrebbe fare a meno di constatare che più della metà degli armeni sono stati eliminati. Dal 1973 al 1987 il riconoscimento del genocidio armeno subisce un percorso incerto, soprattutto a causa del governo turco, il quale fa pesare sulla bilancia il proprio fondamentale ruolo atlantico nella Guerra Fredda. Il 18 giugno 1987 il Parlamento europeo ammonisce che il rifiuto di riconoscere il genocidio armeno costituisce un ostacolo all'ingresso della Turchia nella Comunità Europea. |
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BIBLIOGRAFIA
- Lo stato criminale di Yves Ternon, pp.227426, Edizioni Corbaccio, 1997
- Metz Yeghérn - Breve storia del genocidio degli armeni, di Claude Mutafian, pp. 76, Edizioni Angelo Guerini e associati, 1995
- Il secolo del martirio di Andrea Riccardi, pp. 522, Arnoldo Mondadori Editore, 2000
- Armeni - Un popolo in esilio, di David Marshall Lang, pp.204, Edizioni Calderini, 1989
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UN GIORNO PER NON DIMENTICARE |
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Scritto da Giuseppe Stranieri
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Mercoledì 27 Gennaio 2010 19:22 |
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Ultimo aggiornamento Domenica 07 Febbraio 2010 14:31 |
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La Fame nel Mondo esiste da Sempre |
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Scritto da Giuseppe Stranieri
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Domenica 15 Novembre 2009 20:55 |
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Dichiarazione Dei Diritti Umani
Articolo 25 1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari
Inizio ricordando questo articolo sottoscritto nel 1948 dalle Nazioni Unite. Sono passati 60 anni ma le cose sono poco cambiate per cio' che concerne i diritti umani dei piu' poveri. In questi giorni a Roma vi e' una assemblea organizzata dalla FAO per discutere del problema della fame nel mondo. Discutere come si possa fare per ridurre sempre di piu' questo problema eterno. Peccato che le piu' grandi potenze economiche non saranno presenti perche' impegnate in affari, forse , piu' lucrosi.
La crisi economica sempre piu' incalzante ormai tra le persone "comuni", le guerre mai spente e forse sempre piu' alimentate, le malattie sempre piu' facilmente trasmissibili e temibili, forse maggior business per chi il potere lo detiene davvero.
La fame nel mondo perche' mai dovrebbe interessare i Potenti del Mondo? Al massimo puo' servire come vetrina per sembrare piu' buoni, forse in vicinanza del Natale.
L'ipocrisia dilagante sui temi fondamentali alla vita e della dignita' della persona stanno raggiungendo livelli di allerta, e allora io ancora mi chiedo " possibile che serva una riunione di persone importanti per ricordarsi che esista il problema della fame del mondo? possibile che ancora oggi devono proponinarci "il Dolore" di chi ha fame per far capire al mondo intero che c'e' chi non ha cibo per poter sopravvivere?" |
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